E' un sentimento strisciante, sottorraneo, ancora non percepibile in tutta la sua forza. Eppure è concreto, chiamasi ingratitudine. Noi, cittadini europei orgoliosi della nostra storia, anche se col passare del tempo qualche pentimento riaffiora, gli inizi del nuovo secolo li abbiamo ben presenti. Il macigno della crisi economica e d'identità nazionalistica, con la sua cultura, tradizione e ideologia, non era che semplice discussione accademica. Il fenomeno immigrazione, solo di piccola entità, esisteva nelle statistiche demografiche. Tra il 1995 ed il 2000, Paesi della Vecchia Europa forti delle loro stabilità, sorridevano alla libera circolazione dei cittadini abolendo, attraverso l'adesione al Trattato di Schengen, ogni barriera di confine. Il culmine di speranze, intese come beneficio di appartenenza, lo si vide poi nel 2002 con l'immissione e la circolazione della moneta unica, l'Euro; azione successivamente corresponsabile del declino di forti potenze economiche. Mentre noi festeggiavamo prosperità e civile convivenza, altri, osservavano dalle finestre. Una curiosità mista ad una lecita invidia, molti di loro da poco appartenevano a Repubbliche indipendenti svincolate dalla sovranità Russa. I loro governi, con l'intento di dare stabilità alla crescita e fortificare in protezione il distaccamento dal regime comunista, avviarono processi politici di legiferazione, equiparazione e adattamento delle proprie realtà a quelle previste per il Trattato di Adesione all' Europa. Eravamo la loro chimera. Girando nell'Est, si avvertiva quell'entusiasmo a voltare pagina, la consapevolezza di un momento storico, ideono per dotare i figli di una libertà e benessere finora censurato. Noi, in quanto cittadini non venimmo interpellati ma i nostri governanti con spirito lungimirante, nel 2004 iniziarono ad aprire gradualmente confini e porte d'insediamento a Strasburgo e Bruxelles. Così, senza cronologia, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Lettonia, Romania, Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Croazia divennero di colpo cittadini europei sulla carta, con diritti e doveri. In uno spirito di aiuto collegiale, istituzionale e sociale, l'Unione Europea allargata iniziò a convogliare milioni di euro, proporzionalmente, ad ognuno di questi Paesi, affinchè migliorasse in termini di integrazione : viabilità, ambiente, industrializzazione, istruzione scolastica, occupazione ecc.ecc. Molte imprese della vecchia Europa salutarono con entusiasmo questa fase, delocalizzando o addirittura chiudendo antiche strutture nazionali. Costo del lavoro inferiore, tassazione favorevole, incentivi economici e fiscali, prevalente assenza di strutture sindacali diedero una mano ad incrementare la disoccupazione nei vecchi Stati Membri. Un'operazione ben camuffata dietro la parola "globalizzazione", Forse se la stessa, non fosse stata solo un ingrediente elettorale di lungimiranza, ma pianificata e gestita in profonidtà in tutti i suoi elementi, pro e contro, le cose oggi sarebbero differenti ma tant'é....Col passare degli anni i Mercati globali vennero investiti da una radicale crisi economica, e, mentre i cittadini dei vecchi Paesi medicavano le ferite, iniziarono importanti fenomeni sociali :  rabbia contro "la politica", intesa come casta e sistema di gestione Paese,  istituzioni bancarie incluse ; immigrazione, una lenta e progressiva onda umana, generata da smisurate azioni di "tentativi di democrazia esportata" , in particolare vicino alle coste del Mediterraneo. Il problema però toccava solo marginalmente i Nuovi Paesi, la loro crescita economica per investimenti attratti, svettava nelle statistiche finanziare, la disoccupazione scendeva a ritmi consistenti, l'essere fuori dalla moneta unica, rendeva esenti da contraccolpi di una crisi tentacolare e spaventosa; benessere, fiducia e prosperità regnavano sulle genti dell'Est Europa. Peccato, col passare degli anni, il fenomeno immigrazione abbia abbattuto i muri dei loro confini e la crisi economica intaccato  industrie e politiche monetarie. Qualcosa ha destabilizzato il loro benessere, ma soprattutto una sicurezza da sempre esibita con vanto. Tutto ciò che prima essi vedevano, ammiravano ed invidiavano della Vecchia Europa, oggi è divenuto, col lasciapassare melense dei nostri rappresentanti politici (non tutti), un dovere indigesto, ad esempio, uno fra i tanti, l'occuparsi proporzionalmente del fenomeno migratorio. Si sentono forti, tanto forti da rigurgitare valori come il protezionismo, nazionalismo e identità sociale, gettati velocemente sotto il tappeto, nell'entrare nell'Unione Europea, i loro interessi hanno priorità nazionale. Assistiamo attoniti a un rafforzamento sempre più coeso del gruppo dei Paesi dell'Est Europa, convinti che la loro unione, determini l'ago della bilancia nei nuovi equlibri politici europei. Siamo di fronte ad un terribile revanscismo che sfocia in un becero populismo, un'onda che più o meno sta attraverssando e contamindando l'intera Europa ma soprattutto l'Est. Orban, Kurz, Kaczynski, Babis e company, sono i nuovi eroi di popoli alla deriva di una politica sociale ed economica, preparata a dare risposte concrete ai fabbisogni ; sono i piccoli Trump, nati dall'incapacità  di un'Europa timida e sprovveduta nell'imporre senza mezzi termini, un limite alle speculazioni finanziarie, al proliferare di monopoli multinazionali, alla mancata rigidità nel far osservare leggi, regole e tradizioni a rifugiati e nuovi cittadini, convinti di avere un baule di diritti e un borsellino di doveri. Oggi i Paesi dell'Est Europeo, nostri concittadini, si ergono a giudici perseveranti, impongono ostruzionismo e pian piano restaurano un potere per pochi, legittimando future dittature edulcorate di democrazia, sostenuta dai "loro" media. Quanto è lontano il tempo dell'entusiasmo nell'intascare contributi, lacerando economie solide e vicine ! Abbiamo donato, aiutato, protetto e sostenuto persone, concittadini che oggi senza voltarsi sembran dire... e l'ultimo chiuda la porta.