Oggi viviamo una dimensione contrapposta: di oro nero se ne produce troppo e i prezzi calano a livelli impensabili. C’è chi sostiene (gli stessi che profetizzavano il barile a 200 dollari) che sfondata la quota 30 dollari, il petrolio possa scendere a quota 20.
La borsa sta scontando questa caduta con consistenti perdite, ma cosa accadrà ai nostri portafogli? Non è una domanda oziosa perché in base ai nostri comportamenti e a quelli delle economie, dovrà svilupparsi il nostro futuro.
Le cause della crisi sono stanzialmente tre.
  • La Cina è la prima causa della turbolenza. Il rallentamento della seconda economia al mondo ha provocato anche una contrazione delle importazioni di petrolio.
  • La seconda la si deve alle strategie di mercato dell’Opec, che si è messa in testa di contrastare lo shail oil statunitense (che oltre una certa quota non è più conveniente produrre) con l’intento di provocare la caduta della sua utilità economica.
  • Terzo, il rafforzamento del dollaro che sta penalizzando i paesi emergenti che, vendendo materie prime, incassano di meno a causa della forza del biglietto verde statunitense.
Se il petrolio precipitasse a quota 20 dollari è inevitabile, a breve termine, una ricaduta pesante su economie legate all’oro nero. Pensiamo all’Arabia Saudita che continua a mantenere dritta la barra della conferma dei prezzi (cosa che invece non intende fare la Russia) e comincia a tagliare sulle spese per evitare il tracollo finanziario. Orizzonte che potrebbe avvicinarsi pericolosamente (con sconvolgimenti anche politico-sociali) se l’Opec non deciderà di cambiare linea. Non sarebbe alieno a questa crisi anche il settore industriale statunitense legato all’attività estrattiva. Quanto potrebbe reggere a questa situazione?
A medio e lungo termine l’orizzonte potrebbe determinarsi in altro modo. Sarà inevitabile per l’Opec abbassare il prezzo del barile e quindi favorire un equilibrio dei prezzi tra domanda e offerta. Avremo un petrolio in calo rispetto alle quotazioni di qualche anno fa, ma in grado di stare in un mercato dove le scorte (e ancora il petrolio iraniano è ancora sull’uscio…) sono molto elevate e rassicuranti per l’economia.
E al cittadino che viene in tasca? Sicuramente la bolletta energetica sarà meno salata, anche se la benzina gravata per oltre il 60% da accise, non diminuirà di parecchio. Né il costo dei voli dovrebbe scendere a breve a causa degli acquisti di petrolio fatti dalle compagnie a prezzo ancora alto. Gli effetti li potremo avere soltanto nel corso del 2016.
Con una bolletta energetica meno salata potrebbero essere liberati i soldi per accedere ad altri consumi che non siano quelli energetici, almeno per bilanciare la spinta deflattiva che il calo del petrolio comporta.  In presenza di un rischio di deflazione gli Stati Uniti potrebbero ripristinare i tassi al livello precedente all’intervento della Federal Reserve di fine anno.
Insomma, un Risiko di mosse e interventi che renderanno il 2016 un anno da vivere pericolosamente, ma che non è detto possa trasformarsi in un male. 
Fonte: Il Sole 24 Ore